La rinascita di un luogo simbolo tra storia, territorio e futuro.
03 Agosto 2026di Ivan BianchiCondividi articolo
sede: Via Latina, 36 – 34076 Romans d’Isonzo (GO)
tel 375 632 8231
email leondoro1876@gmail.com
contributo fotografico Foto Nadia
Per chi è nato e cresciuto a Romans d’Isonzo, il Leon d’Oro non è mai stato soltanto un’osteria. È uno di quei luoghi che fanno parte del paesaggio più sentimentale e caratteristico di una comunità, un punto di riferimento che attraversa le generazioni e che continua a vivere nei ricordi di chi vi ha trascorso un pranzo in famiglia, una festa, una chiacchierata tra amici o semplicemente una sosta durante una giornata di lavoro. Un punto di riferimento – un porto sicuro – per chi cerca pace ed un assaggio di quella ospitalità friulana tanto unica da trovare, quanto difficile da dimenticare.
Quando, alla fine del 2019, arrivò la notizia della chiusura dello storico locale di via Latina, molti ebbero la sensazione che si stesse spegnendo un pezzo dell’identità del paese. Dopo quasi un secolo e mezzo di attività quasi ininterrotta, il Leon d’Oro sembrava destinato a diventare soltanto una pagina di storia locale. Invece quella storia ha trovato nuovi protagonisti e un nuovo capitolo.
Dietro la rinascita della trattoria ci sono Tiziana Cumin e Paolo Stradi, coppia nella vita e oggi anche nella gestione di uno dei locali più antichi del Goriziano. Un progetto nato prima di tutto da un legame affettivo e che si è poi sviluppato oltre.
«Per me questo posto rappresenta la famiglia», racconta Tiziana Cumin.
«Per me questo posto rappresenta la famiglia», racconta Tiziana Cumin. Da bambina frequentava il locale gestito dalle “zie”, in realtà zie del padre, che avevano costruito attorno al Leon d’Oro una piccola impresa familiare, capace di proporre una ristorazione vicina al territorio. Con il passare degli anni la gestione passò ai cugini del padre. Poi, nel 2000, il locale venne dato in affitto. Per circa vent’anni il Leon d’Oro continuò la sua attività sotto altre gestioni, fino alla chiusura annunciata nel dicembre 2019.
Proprio in quel momento maturò la decisione di Tiziana e Paolo di intervenire. Nel 2020 acquistarono l’immobile e le aree agricole circostanti. Una scelta tutt’altro che scontata: il mondo stava entrando nell’emergenza pandemica e investire in una struttura dedicata all’ospitalità appariva una scommessa difficile. «Abbiamo deciso di andare avanti comunque», spiegano oggi. Una decisione che si è trasformata in un lungo percorso di recupero e valorizzazione.
I lavori di ristrutturazione sono partiti nel 2023 e hanno riguardato non soltanto il locale, ma l’intero complesso storico che comprende l’edificio centrale tra trattoria e stanze dei piani superiori, così come le aree destinate a giardino, le vigne e il vecchio granaio che era diventato il primo cinema del paese. La villa, risalente alla fine del Settecento, costituisce una testimonianza preziosa della storia agricola e nobiliare della pianura isontina e per decenni ha avuto nel Leon d’Oro uno dei suoi spazi più vivi e frequentati.
L’intervento di recupero ha restituito dignità e funzionalità ad un complesso che rappresenta una parte importante della memoria del territorio. Oggi chi entra nell’osteria ritrova un ambiente rinnovato, ma capace comunque di conservare il fascino della sua lunga storia.
Le origini del Leon d’Oro affondano infatti nella seconda metà dell’Ottocento. Le ricostruzioni storiche attestano l’esistenza dell’esercizio già nel 1876, facendone una delle attività pubbliche più antiche dell’intera area isontina.
In 150 anni di vita, traguardo che verrà festeggiato in autunno, il locale ha attraversato l’Impero austro-ungarico, l’annessione all’Italia, due guerre mondiali, la ricostruzione del dopoguerra e le profonde trasformazioni economiche e sociali che hanno cambiato il volto del territorio. Generazioni di romanesi – e non solo – si sono sedute ai suoi tavoli, contribuendo a costruire una storia collettiva fatta di incontri, relazioni e quotidianità.
Un progetto nato prima di tutto da un legame affettivo e che si è poi sviluppato oltre.
Tra gli episodi più noti tramandati dalla tradizione locale figura anche il passaggio dell’irredentista Guglielmo Oberdan, uno degli ospiti illustri che avrebbero frequentato il locale nel corso della sua lunga esistenza e che qui avrebbe consumato l’ultimo pasto prima di essere arrestato a Ronchi dei Legionari.
Ma la rinascita del Leon d’Oro non guarda soltanto al passato. La gestione affidata a Tiziana Cumin e Paolo Stradi punta, infatti, a recuperare lo spirito originario del luogo adattandolo alle esigenze contemporanee.
I due conducono l’attività attraverso la Borgoviola Srl, azienda agricola che comprende non soltanto la gestione dell’osteria, ma anche quella dei terreni acquisiti assieme all’immobile. Qui sono state avviate coltivazioni di vite, olivo, orto e frutta che, almeno per il momento, saranno destinate ai clienti del locale. L’obiettivo è chiaro: raggiungere il maggior grado possibile di autosufficienza e utilizzare direttamente i prodotti ottenuti per la cucina del locale. Una filosofia che richiama da vicino quella delle antiche gestioni familiari e che si inserisce in una visione improntata alla sostenibilità e alla valorizzazione delle produzioni locali.
Per ora l’offerta gastronomica comprende principalmente salumi e formaggi selezionati, cotechino, frico e pietanze tipiche stagionali, ma il progetto è destinato ad ampliarsi. Con il completamento della cucina, previsto entro la fine dell’estate, arriveranno nuovi piatti caldi costruiti attorno alle eccellenze del territorio. La volontà è quella di creare un luogo dove il cibo rappresenti un’espressione autentica della cultura locale e della storia agricola del Goriziano.
Accanto alla proposta culinaria, la coppia ha scelto una formula che punta molto sulla convivialità. Il locale adotta infatti l’orario continuato nel fine settimana, con l’obiettivo di offrire alle persone uno spazio in cui fermarsi senza fretta. «Vogliamo che sia un posto dove si possa stare insieme e fare comunità», spiegano.
L’ambizione va oltre la semplice attività di ristorazione. Il Leon d’Oro punta a tornare a essere uno spazio di socialità aperto al territorio, capace di ospitare iniziative culturali, incontri pubblici ed eventi promossi dall’amministrazione comunale o dalle associazioni. Una funzione che storicamente ha sempre caratterizzato le osterie e le trattorie friulane e che qui assume un significato particolare, considerando il valore simbolico del luogo.
Nel percorso di recupero un ruolo importante è stato svolto anche dalla Bcc Venezia Giulia, che ha accompagnato il progetto attraverso diverse operazioni finanziarie e strumenti legati alla cessione del credito. «Abbiamo trovato ascolto e persone che hanno creduto nel progetto», sottolineano i proprietari, ricordando come la fase della ristrutturazione abbia richiesto investimenti significativi e una forte capacità di programmazione.
In questo senso è chiaro il ruolo dell’istituto bancario, che a Romans è rappresentato dalla responsabile di filiale Monica Pittioni. «Il Leon d’Oro è tra i luoghi che custodiscono la storia, le tradizioni e l’identità di Romans. Come Bcc Venezia Giulia crediamo che sostenere progetti di questo tipo significhi investire nel futuro delle nostre comunità, aiutando a preservare quel patrimonio di relazioni, cultura e socialità che rende un territorio vivo e attrattivo», racconta Pittioni. «Abbiamo accompagnato con convinzione il percorso intrapreso da Tiziana e Paolo perché abbiamo riconosciuto in questa iniziativa non solo un’importante operazione di recupero edilizio, ma la volontà di restituire ai cittadini un punto di riferimento storico. È proprio questa vicinanza alle persone e alle realtà locali che costituisce uno dei valori fondanti del credito cooperativo».
Tornando al locale, tra le novità più originali figura anche un’iniziativa che intreccia gastronomia e storia locale: dopo una presentazione il 14 giugno, destinata a proseguire se incontrerà il favore del pubblico, verrà proposto un piatto ispirato alla tradizione longobarda, in occasione del quarantesimo anniversario della scoperta della necropoli longobarda di Romans. Ci viene illustrato che la proposta consiste in uno stinco di maiale arrostito e glassato con l’ossimello, un condimento utilizzato dai Longobardi, composto da due terzi di aceto e un terzo di miele. Un modo originale per riportare in tavola una parte della storia del territorio e trasformare la cucina in uno strumento di racconto culturale.
A distanza di pochi anni dalla chiusura che sembrava definitiva, il Leon d’Oro è dunque tornato a vivere non come mera operazione commerciale, ma anche come progetto di recupero di un patrimonio materiale e immateriale. Chi oggi varca la soglia dello storico locale entra certamente in un ristorante, ma entra anche in un luogo che custodisce oltre un secolo e mezzo di vicende umane. Un luogo che ha visto passare generazioni di romanesi e non e che continua a raccontare, attraverso le sue stanze, i suoi tavoli e la sua storia, l’identità profonda dell’intero territorio.
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